Quando la mafia trovò l’America. Storia di un intreccio continentale, 1888-2008


Autore:
 Salvatore Lupo
Casa editrice: Einaudi
Anno: 2008

Genere: Saggio

Recensione di Tano Grasso (pubblicata sul Dossier dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità/Corriere del Mezzogiorno)

mafia america«La mafia, naturalmente, non dispone di alcun monopolio del crimine, nemmeno nella sua Sicilia natia, e certamente non nel nostro paese. Ma, nonostante il numero relativamente basso dei suoi aderenti, essa ha avuto un grande successo nel gestire imprese criminali sia negli Stati Uniti che in Sicilia. Questo soprattutto perché, come una buona squadra di football, conosce i fondamentali e tra questi ci sono la violenza e l’intimidazione, ma c’è anche la ‘‘propaganda’’». Questa lucidissima analisi della mafia americana si trova in una lettera indirizzata a Life nel 1964 a firma di un funzionario dell’antidroga americana, Malachi L. Harney. Con queste parole Salvatore Lupo introduce uno dei sette capitoli del suo ultimo libro Quando la mafia trovò l’America. Storia di un intreccio continentale, 1888-2008 (Einaudi, 2008).

Non è un caso questo riferimento alla ‘‘propaganda’’ perchè appartiene all’essenza stessa della mafia l’adesione e l’elaborazione di una ‘‘ideologia mafiosa’’: la mafia, che non è solo fenomeno criminale, ha assoluto bisogno di

avere un apparato con cui giustificare i propri comportamenti. La scena iniziale del film Il Padrino (1972), come ricorda Lupo, è «una sintesi straordinariamente efficace dell’ideologia mafiosa». Il valore della giustizia mafiosa di fronte ad una incapace giustizia dello Stato, offre un senso all’adesione criminale, nobilitandola. Nella giustificazione risiede la ragione ultima della durata e del radicamento del fenomeno mafioso che, in forme diverse, ha goduto di un consenso più o meno ampio di settori di popolazione anche non propriamente mafiosi. Questo aspetto ideologico è ancora più evidente nella genesi e nello sviluppo della mafia americana, arricchito dal fattore etnico particolarmente forte agli inizi della grande emigrazione italiana verso il nuovo mondo. Da questo punto di vista il racconto della mafia americana diventa ‘‘lo specchio’’ per rivedere riflessa quella d’origine, dell’isola italiana. Non una storia solo americana ma due storie, con tanti tratti comuni al di là di quello che a volte comunemente si pensa, un complesso legame che ha sempre tenuto insieme le due lontane sponde.

Salvatore Lupo, sicuramente il più importante storico della mafia, offre in questo nuovo libro tantissimi spunti di conoscenza e di riflessione, affronta temi non sempre scontati, nodi delicati e, con la forza della prima persona singolare, li scioglie con interpretazioni chiare e convincenti. In questa storia parallela la genesi del fenomeno americano rimanda alla stessa efficacia del metodo mafioso: anche qui il dato d’origine è ‘‘l’oro giallo’’, il mercato degli agrumi che ha bisogno di quelle mediazioni extra-legali che hanno segnato l’affermarsi della mafia in Sicilia. Solo che in America si aggiunge un ulteriore fattore che, con caratteristiche diverse si presenta oggi in altre forme per altri tipi di criminalità anche nel nostro Paese, ovvero quella speciale attività di mediazione tra immigrati e nuova realtà: i mafiosi siciliani anche nel nuovo mondo affermano la loro funzione d’ordine “regolamentando’’ i flussi migratori, soprattutto quelli clandestini. Non c’è solo l’attività ‘‘protettiva’’ del labor racket, di diretta importazione siciliana con tutte le dinamiche sperimentate nell’isola, la richiesta estorsiva, la minaccia, la mediazione, l’accordo di protezione. Ad un certo momento questa criminalità primitiva intercetta una delle più assurde scelte politiche americane, il proibizionismo, e grazie ad essa ottiene una straordinaria legittimazione sociale, compiendo quel decisivo salto di qualità che determina l’abbandono delle attività predatorie di strada. La proibizione del consumo dell’alcol assieme alla proibizione dell’immigrazione resero il mercato criminale americano straordinariamente attrattivo. Non fu un effetto della repressione fascista l’enorme afflusso di mafiosi siciliani in America, ma ad attirare era la prospettiva di nuovi e notevoli profitti. Il proibizionismo favorì l’accettazione della comunità locale per una attività pur se illegale non ritenuta criminale; il risultato fu non solo una mai vista accumulazione di ricchezza, ma una efficace selezione dell’élite criminale. La gestione dell’immigrazione clandestina invece assicurava un forte consenso nella base etnica e, quindi, quel radicamento territoriale. In maniera assai stringente Lupo si incarica di smentire anche qualche leggenda, come quella che vuole la mafia protagonista assoluta dello sbarco degli alleati in Sicilia con il presunto ruolo di Lucky Luciano. Una tesi che non regge, dice Lupo, anche se è un problema reale la crescita esponenziale delle attività mafiose del dopoguerra. Bisogna attendere il rapporto dell’FBI del 1958 per la ripresa  di un forte contrasto alla mafia dopo l’arresto negli anni trenta del ‘‘moderno’’ Luciano. E da qui i primi pentiti a partire dal famoso Joe Valachi e l’emergere del remunerativo commercio della droga dalla produzione italiana alla distribuzione americana, il tutto gestito da mafiosi siciliani e americani. In questo intreccio tra tradizione  (bisogno d’identità e senso di appartenenza) e affari ‘‘moderni’’ (l’eroina) si colloca Tommaso Buscetta e la sua ambiguità, tratto comune dell’intera mafia americana.