La camorra e altre storie di briganti


Autore:
Alexandre Dumas
Casa editrice: Donzelli
Anno: 2012

Genere: Saggio

Recensione di Roberto Saviano (pubblicata su
«La Repubblica», 9 dicembre 2012)



boss della camorraDumas non ha mai creduto in una terra felice dove giustizia e benessere coincidessero con ordine, pulizia, eterna sicurezza. Dumas è interessato alla complessità del vivere. Napoli per Dumas ha rappresentato questa complessità. La possibilità di felicità nel caos, la resistenza ad un destino drammatico, la bellezza nel disordine, la dolcezza in grado di sopravviere ai vicoli violenti. Dumas sembra interessato a cogliere questo segreto. Come si poteva star tanto bene in un luogo al contempo così corrotto e così sublime. Sentiva l'indignazione per lo spreco di una terra e di una cultura luminosa incapace di emanciparsi da governanti corrotti, miseria e violenza. Questo si intravede nelgli articoli dell'autore de I Tre moschettieri ora pubblicati da Donzelli con il titolo Camorra.

Dumas aveva un conto in sospeso con i monarchi napoletani. Il padre, Thomas Alexandre de la Pailleterie Dumas, a causa di un diverbio con Napoleone abbandonò l'esercito durante la campagna d'Egitto. Mentre era in nave una tempesta lo fece approdare sulle coste pugliesi. Fatto prigioniero dalla polizia borbonica, solo dopo due anni fu rilasciato. Morì poco dopo per le conseguenze della detenzione. Alexandre aveva tre anni. Non dimenticherà mai. Scriverà una meravigliosa Storia dei Borbone di Napoli.

La grandezza di Dumas in questi scritti di "storia narrativa" sta nella capacità di riunire stile letterario e analisi antropologica. Per lui scrivere storia è un'arte, non una scienza, anche se questo non significa trascurare le fonti. Non si allontana mai dal fatto, dalla circostanza. Il suo metodo è ricreare sulla pagina la vicenda partendo da altri punti di vista e sostenere con la fantasia l'assenza di fonti senza mai entrare in contraddizione con i dati raccolti. Perché proprio i dati erano la sua ossessione. Nessuna storia narrata da Dumas è povera di ricerche e approfondimenti. Questi scritti lo rendono il padre del new journalism.

A Napoli Dumas arriva a metà del 1860. Innamorato dell'utopia garibaldina, aveva seguito i Mille diventandone il reporter. Ma fu anche armiere delle camicie rosse, comprò per loro armi e distribuì fucili. Fondò un giornale su consiglio proprio di Garibaldi: L'indipendente. Il Generale gli affidò il ruolo di "Conservatore dei musei": la nuova Italia sarebbe partita dai musei. E Dumas per tre anni cercò di organizzare, catalogare, rendere i musei e gli scavi parte viva della rinascita unitaria napoletana. Ma poi la borghesia codina partenopea, antichisti e intellettuali isolarono questo francese di successo che voleva metter mano, secondo loro, in cose non sue. Dumas diede le dimissioni e tornò a Parigi. Ma di Napoli, "città dell'allegria e dè canti giocondi, in cui i volti sorridono come l'azzurro del firmamento", si era ormai innamorato e continuò a scrivere.

Dumas non commette mai l'errore, poi di moltissimi storici, di confondere brigantaggio e camorra. Fenomeni lontanissimi e con ragioni diverse. L'autore del Conte di Montecristo sapeva osservare e descrivere il potere come pochi. Nei suoi romanzi ne è sedotto e disgustato al contempo. Le sue pagine girano intorno al potere in tutte le sue forme dalla responsabilità all'ambizione, dalla brama d'oro a quella d'onore. Dumas comprende Napoli davvero. E racconta il potere della camorra. La vede, la osserva. "Ferdinando II, Francesco II, Garibaldi, Farini, Nigra, Cialdini, San Martino, La Marmora, tutti costoro non sono che il potere visibile: il vero potere è quello nascosto, la camorra". Dumas comprende un elemento fondamentale spesso ignorato anche oggi: la camorra è un percepita come un potere domestico, intimo, naturale e inconfutabile, che si dipana nel privato delle persone ancor prima di essere un potere eclatante, pubblico, conclamato. La camorra è un potere presente e vicino. Un governo monarchico, un vicereame, una democrazia, una repubblica li puoi sconfiggere, contrastare, puoi sfuggire alla loro polizia, battere i loro eserciti. Puoi pensare di rovesciarli o riformarli. La camorra no. È lì vicino e dentro casa. Non si può nemmeno immaginare di sconfiggerla. Perenne, forte, idra che si rigenera.

Scrive Dumas: "Napoli, che fece una rivoluzione con Masaniello per non pagare la tassa imposta dal duca d'Arcos sulla frutta, non ha mai pensato di rivoltarsi contro i camorristi". Descrive il meccanismo del racket come un reporter che si inserisce nel tessuto connettivo della città. Il potere della camorra sui vetturini, sulla polizia, sui mercati. Persino l'estorsione sulla distribuzione di giornali: chioschi che non si aprono perché non riescono a pagare la tangente. "Alla camorra non sfugge niente, e tuttavia, qual è il re che le ha concesso questa facoltà? Nessuno. [...]". Dumas non lo racconta come un fenomeno folcloristico, non sottovaluta il problema. Lo osserva come il potere che condiziona e trasforma la vita di tutti. Dopo di lui per oltre un secolo si darà spesso uno sguardo da suburra alla camorra. Come un'escrescenza pacchiana della miseria, un'organizzazione di sanguinari cialtroni e cafoni. Tutt'altro fa Dumas che ne vede la pericolosità. Vede in essa la costruzione di una borghesia e di un potere che condiziona la politica e che non permette alcun tipo di cambiamento della società, che governi Ferdinando I, Garibaldi o Vittorio Emanuele II. Ascoltare il suono contemporaneo di queste parole è davvero incredibile. Lo scrittore ha scorto l'immobilità dinamica di Napoli. Dumas che ha vissuto e osservato il sud d'Italia ha dimostrato con la sua caparbietà di reporter che raccontare il dramma, il potere, la corruzione non è un modo per ferire un luogo ma il più alto gesto d'amore.