Il Cappio

 

Autore: Maurizio De Lucia, Enrico Bellavia
Casa editrice: Bur Rizzoli
Anno: 2009
Genere: Saggio


Recensione di Tano Grasso (pubblicata sul Dossier dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità/Corriere del Mezzogiorno)
 

Il cappioConosco e frequento Maurizio De Lucia da molti anni e lo stimo come uno dei più esperti magistrati italiani sui temi del racket e del condizionamento criminale dell’economia; eppure «Il cappio», il libro che ha scritto con il giornalista Enrico Bellavia, in un certo senso, mi ha spiazzato. Nel recensirlo, pensavo di dover scrivere solo di racket, antiracket, processi, sentenze, leggi e norme, commercianti, e, invece, prima ancora, dovrò occuparmi di un rapinatore, di una ragazzina, di un collaboratore  di giustizia. Attraverso queste persone si costruisce, nel libro, un interessante percorso di comprensione non solo delle dinamiche dell’intero mondo mafioso, ma anche delle più intime ragioni di uomini e donne che in quel mondo hanno avuto l’unico punto di riferimento.

L’incontro con Nicola Ingarao, un irriducibile dal destino segnato (ucciso nel 2007) — «era un duro, trasmetteva l’idea di una Cosa Nostra granitica e impenetrabile» — diventa l’occasione di una riflessione su questo «loro mondo», su questi uomini con una vita assolutamente quotidiana come quella di chiunque per i quali, però, «il denaro non è tutto»: la dimensione del potere è altra cosa, è prestigio, rispetto, ruolo sociale, cose che solo la mafia riesce ad assicurare. Questo mondo è l’unico luogo di affermazione di una identità, forse, per questi uomini, dell’unica possibile.

Il racconto di un collaboratore di giustizia, Salvatore Cucuzza, è illuminante: «io ho vissuto cinquant’anni con questa cultura qui», uscirne significa affrontare grandi difficoltà, «una grande lotta interiore, che alcune volte vinco e alcune volte no». Da Aurelio Neri, «il primo rapinatore di Palermo», alla storia di una ragazzina di quattordici anni, è come un verificare se stessi allo specchio, come confrontarsi con qualcosa che allo stesso tempo ci appartiene e ci è nemica.

La ragazzina è figlia di un collaboratore: adorava il padre da detenuto, lo odiava da pentito. Cosa si può dire, come e dove trovare parole adeguate quando la si incontra? Da un lato ci sono «un paio d’occhi», dall’altro c’è «una prova anche per me», dice De Lucia. Vengono in mente parole di Falcone e, soprattutto, di Sciascia: «quando denuncio la mafia, nello stesso tempo soffro poiché in me, come in qualsiasi siciliano, continuano a essere presenti e vitali i residui del sentire mafioso».

Una parola molto usata nel libro è «laicità »: ad esempio, nel confronto con i collaboratori di giustizia, il magistrato si presenta sempre «laicamente», intendendo così il distacco e il rigore professionale; ma c’è molta lucidità in questo libro, a partire dal semplice richiamo alla realtà del pizzo: «le ultime inchieste rivelano la preoccupazione di boss e picciotti di non arretrare di un passo nella riscossione del pizzo». Non si tratta solo di denaro necessario agli stipendi  dell’organizzazione o per mantenere i detenuti e i loro familiari; è che senza il pizzo non può esserci mafia: costituisce l’essenza stessa del fenomeno, è controllo del territorio, selezione della classe dirigente mafiosa, strumento di condizionamento dell’economia, mezzo di potere, anche politico come a suo tempo ci insegnò Libero Grassi.

L’interrogatorio al collaboratore Angelo Casano è un vero e proprio manuale: non bisogna essere aggressivi quando si chiede il pizzo ad un commerciante, l’acquiescenza non deve essere dura imposizione, l’importante è ottenere quell’atto di sottomissione che giustifica l’esistenza della mafia; per questo è importante «farsi amico» il commerciante e il mafioso deve sapere sempre fino a dove può spingersi: «mentre gli parlavo me lo studiavo», scrive il pm. L’accurata descrizione delle dinamiche estorsive fa emergere il problema fondamentale. Gli autori ci raccontano come a seguito di ogni retata si ha un periodo di «tregua» per lasciare subito dopo il passo ad «un nuovo gruppo di estorsori pronti a riprendere in mano il mercato». Perché questa rapida «riproduzione» del fenomeno, nonostante l’intensità della repressione giudiziaria? Emerge qui il limite radicale di un contrasto che si afferma soprattutto, se non esclusivamente, come giudiziario. Come è possibile che anche di fronte all’azzeramento di un’intera famiglia mafiosa subito altri si presentino sul «mercato dell’estorsione» a sostituire i mafiosi in carcere? Questo avviene quando il contrasto è il risultato solo di indagini e non della collaborazione delle vittime. Senza la denuncia degli imprenditori il fenomeno sarà inesorabilmente destinato a riprodursi; solo con l’opposizione degli imprenditori, con il rifiuto di pagare o di accettare le varie forme di condizionamento si può sperare in una svolta. Perché è la disponibilità a pagare che crea «l’affare estorsivo»: se c’è chi è pronto al pizzo, ci sarà sempre chi si presenterà per esigere. Ad una domanda non ci sarà mai l’assenza di un’offerta. E allora? La strada della speranza non è né breve né facile. Ancora una volta De Lucia ci richiama alla realtà: «Non avremo mai mille imprenditori insieme che si ribellano, dopo il sessantaquattresimo, questo è il numero esatto, dobbiamo cercare il sessantacinquesimo e così via». Lo strumento più importante in questo cammino è l’associazionismo antiracket, in Sicilia «la vera novità del 2008», con il suo porsi tra le istituzioni e le vittime per evitare solitudine e isolamento; perché, aggiunge De Lucia, «il futuro non è più fatto di misure individuali ma di vittime che si mettono insieme».