Per non morire di mafia

 

Autore: Pietro Grasso, Alberto La Volpe
Casa editrice: Sperling & Kupfer Editori
Anno: 2009
Genere: Saggio

Recensione di Tano Grasso (pubblicata sul Dossier dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità/Corriere del Mezzogiorno)

 

per non morire di mafiaNon è un libro scontato quello che Pietro Grasso ha scritto con Alberto La Volpe , «Per non morire di mafia», (Sperling & Kupfer Editori). Intanto perchè Grasso non è un magistrato qualunque: la sua biografia personale incrocia tutti i più importanti momenti almeno degli ultimi venticinque anni di storia della mafia e, soprattutto, dell’antimafia, a partire da quel 29 settembre del 1984 dei 366 mandati di cattura a seguito delle indagini del pool antimafia di Falcone e Borsellino diretto da Nino Caponnetto. Se quell’indagine segna uno spartiacque tra un prima e un dopo, tra un’antimafia costantemente destinata all’impotenza delle assoluzioni per insufficienza di prove e una nuova intelligente strategia giudiziaria («il metodo Falcone») che per la prima volta conduce con sentenze definitive in carcere i boss, segna allo stesso tempo un prima e un dopo nella vita di molti uomini delle istituzioni e tra essi c’è anche Pietro Grasso, giudice a latere ed estensore della sentenza del primo maxiprocesso. Oggi questo magistrato siede sulla poltrona di Procuratore nazionale antimafia, una funzione e un ufficio (la Direzione nazionale antimafia) ideati da Giovanni Falcone per meglio aggredire in una prospettiva unitaria il crimine mafioso, che non poté essere occupata dal magistrato che «era il più adatto a ricoprire il ruolo»: il Csm non volle nominare Falcone «perché lui era in combutta con il potere politico che voleva colpire l’autonomia della magistratura». Questa storia che ci viene raccontata in duecentonovantotto pagine è anche storia di brucianti sconfitte. Ancora una volta, purtroppo, è Falcone la cartina di tornasole, come quando fu chiamato a difendersi davanti al Csm dall’accusa di non aver «voluto colpire deliberatamente quel potere politico perché colluso con esso». L’oggetto della polemica era il cosiddetto «terzo livello» ovvero l’esistenza di una supercupola. E la polemica sui rapporti tra mafia e politica ci porta ai nostri giorni. Non so quanto è giusto pensare ad una linea di continuità con gli scontri che accompagnarono gli ultimi mesi di vita di Falcone; ma è certo che anche l’attuale procuratore nazionale è stato investito da dure polemiche proprio sulla gestione di alcune indagini su mafia e politica durante il periodo di direzione della procura palermitana. Ora, non c’è alcun dubbio che Pietro Grasso rappresenta un orientamento di politica giudiziaria e il racconto che ne viene fatto nel libro non può essere neutrale: «nelle indagini sui reati di mafia bisogna partire dalla mafia e non dal politico». Non è altro, questo, che quel famoso principio di realtà costantemente enunciato da Falcone per segnare il limite invalicabile per ogni indagine, per metterla al riparo dai controproducenti boomerang di assoluzioni e, successive, beatificazioni. Se è giusto non condividere la spintaalla gogna mediatica dei politici attraverso le indagini giudiziarie (spetta alla politica la condanna, la riprovazione e l’isolamento dei politici non-limpidi), non convince, però, la spiegazione, offerta da Grasso, degli atteggiamenti dei politici volti a «delegittimare, e a far delegittimare dall’opinione pubblica, il ruolo dei magistrati». Questi atteggiamenti non possono essere per nulla considerati meccanismi di difesa o effetto di un «meccanismo perverso», si tratta nella migliore delle ipotesi di gravi atti di irresponsabilità istituzionali. Numerose pagine del libro vengono dedicate a riflettere su alcuni misteri della recente storia italiana e, forse, è la parte più stimolante non fosse altro che per la veste istituzionale dell’autore. Ancora, di nuovo, si torna a Falcone. Stragi come quella di Capaci e di Via d’Amelio hanno moventi complessi; se quello della ritorsione è prevedibile, lo è meno «il movente della prevenzione». Grasso rilancia lo scenario legato all’indagine su «mafia e appalti» a cui Falcone aveva lavorato da giudice e a cui avrebbe potuto tornare come nuovo procuratore nazionale: «è lecito affermare che l’interessato connubio tra i vertici di Cosa nostra e gruppi economico-politico-imprenditorali nella gestione illecita degli appalti ben può avere contribuito o, comunque, rafforzato il proposito di eliminare Falcone». Da qui il passaggio ai mandanti esterni a Cosa nostra, quelli «a volto coperto», è breve; ma nell’«imprecisione giudiziaria» si può procedere solo per ragionamenti e, soprattutto, per domande. Gli interrogativi di Grasso, numerosi e impegnativi, in questo contesto, diventano fondamentale sostanza di comprensione che illumina quell’«aggregato economico-politico-imprenditoriale», misterioso convitato di pietra della storia dolorosa del nostro Paese.