Le rappresentazioni della camorra

 
Autore:
 cura di Patricia Bianchi e Pasquale Sabbatino
Casa editrice: Edizioni scientifiche italiane
Anno: 2009
Genere: Raccolta di saggi


Recensione di Chiara Marasca (pubblicata sul Dossier dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità/Corriere del Mezzogiorno)


rappresentazioni della camorraNasce in un’aula universitaria, durante una giornata di studi nel dicembre del 2006, prima di un ciclo sul tema, il progetto che prende forma nelle pagine de «Le rappresentazioni della camorra», a cura di Patricia Bianchi e Pasquale Sabbatino, entrambi docenti all’ateneo federiciano. Obiettivo del progetto raccontare e analizzare come la narrativa, il cinema, il teatro, i testi storici, i reportage e gli articoli giornalistici, abbiano descritto, nel corso dell’Ottocento e del Novecento, il fenomeno della camorra. Chiave d’indagine per cogliere caratteri e dinamiche dei gruppi criminali sono, in molte pagine, proprio le parole del gergo o del dialetto riscoperte attraverso l’analisi dei testi d’epoca: parole che evocano riti, codici, ruoli, fattispecie di reato. Un’impresa impegnativa (che il dipartimento di Filologia moderna diretto da Sabbatino sta portando avanti anche con il parallelo progetto della «Biblioteca digitale della camorra») realizzata, nel volume, con approccio scientifico e passione civile, e alla quale è sottesa un’implicita ma dirimente questione: qual è la funzione della cultura rispetto alla camorra? Esistono dei parametri cui guardare come a dei fari quando, con i diversi linguaggi, si tratta il tema della criminalità? Ne sono persuasi gli autori, e in più saggi si colgono frammenti di questo ragionamento, quando si sottolinea il rischio che alcune rappresentazioni possano contribuire a sospendere il giudizio sulla negatività delle imprese descritte o, peggio, anche se involontariamente, a mitizzarne gli autori, sebbene criminali. Il ricercatore Vincenzo Caputo cita il caso del «Il camorrista», romanzo-verità sulla vita del boss di Ottaviano Raffaele Cutolo, scritto nell’84 dal giornalista Giuseppe Marrazzo. Il libro sbarca in libreria quando la fama e il potere di Cutolo sono ancora una realtà, sebbene in declino, e questa circostanza, insieme alla «scelta di assumere completamente, all’interno del testo, l’ottica cutoliana», attraverso un racconto in prima persona attribuito al boss, «contribuisce a fornire, indipendentemente dalla volontà del suo autore, una concretizzazione scritta di quella fama e di quel mito, enormemente amplificato poi dalla versione cinematografica del testo» firmata da Giuseppe Tornatore di cui ci parla Pasquale Iaccio nel suo saggio — una panoramica sulle poche pellicole realizzate sul fenomeno — condividendo l’idea che il film «abbia finito per creare un alone quasi mitico attorno al protagonista». Ma letture fuorvianti del fenomeno, ammonisce nel suo saggio Amato Lamberti, sono state, nel tempo, anche frutto della «capacità degli scrittori e dei poeti napoletani di far diventare senso comune, modello di spiegazione e di analisi della realtà napoletana nonché stereotipi condivisi dalla popolazione, ma anche dagli studiosi, dai giornalisti, dai magistrati, dai poliziotti, quelle che erano solo delle "invenzioni letterarie" e, quindi delle "imposture", buone per raccontare colpendo l’immaginazione dei lettori». Ruolo fondamentale, nella creazione dell’«immaginario collettivo sulla camorra», avrebbero avuto, per Lamberti, le poesie di fine ’800 di Ferdinando Russo pubblicate anche da Il Mattino. E di «manipolazioni», sebbene in altro ambito, parla anche la linguista Patricia Bianchi quando racconta come la camorra «maneggi le parole», e come abbia costruito nel tempo, «con un’azione di mistificazione linguistica, una modalità di comunicazione diffusa orientata verso un processo di autolegittimazione e autocelebrazione». In che modo? Rubando al lessico di base dell’italiano o della finanza e del commercio termini come sistema, piazza, affare, lavoro, famiglia, rifunzionalizzandone il significato, con quello che la studiosa definisce una sorta di «riciclaggio linguistico», in contesti malavitosi. La camorra di oggi ha rinunciato al gergo, linguaggio privilegiato nell’Ottocento come testimoniano le opere di Francesco Mastriani, in un’ottica di «normalizzazione», per guadagnare consenso in ambiti più ampi. Di Mastriani parlano ampiamente anche i saggi della docente Giuseppina Scognamiglio e della ricercatrice Cristiana Anna Addesso, dedicati al teatro. Molte le opere ottocentesche che mettono in scena storie di malavita. Alcune di queste, di cui si erano perse le tracce, stanno venendo alla luce proprio con il lavoro di ricerca avviato nell’ambito di  questo progetto. In alcuni casi, si evidenzia nel testo, i toni da commedia, smorzando la tensione dei drammi a sfondo camorristico alla Mastriani, quasi scivolano in una sorta di propaganda dei clan.

Ampio spazio, nel volume, è, ovviamente, dedicato a Gomorra, con il quale si confrontano quasi tutti i saggi, e non avrebbe potuto essere altrimenti visto che con il romanzo no-fiction di Roberto Saviano arriva, leggiamo nell’introduzione, «una nuova modalità di narrazione del fenomeno camorristico». Il bestseller è analizzato dalla storica Marcella Marmo, che ne indaga la struttura, la poetica dell’autore, e riflette sulla «bolla mediatica» legata al suo successo. Ma il caso è al centro anche del saggio della docente di lingua inglese Flavia Cavaliere, che, attraverso le diverse traduzioni di Gomorra nei paesi anglosassoni (del suo bel lavoro il Dossier nel gennaio scorso ha pubblicato un’anticipazione), ci racconta come in quei luoghi è percepito il fenomeno camorra e, soprattutto, come era percepito, e sottovalutato nella sua gravità, prima che venisse pubblicato il libro di Saviano: eloquente il titolo della versione britannica, in cui Gomorra è Italy’other Mafia. Definizione opposta, invece, a quella che nel 1882 usa Pasquale Turiello, storico legato alla destra conservatrice, nel suo Governo e governanti in Italia: «Più violenta è la camorra nel Napoletano, e talora giunge sino all’omicidio commesso soltanto per acquistar fama (...). Più chiusa, secondo l’indole del paese, è la mafia, che è la forma siciliana della camorra». Parole ricordate da Sabbatino nell’interessante saggio su «Le lettere meridionali» nelle quali Pasquale Villari, con passaggi di una disarmante quanto drammatica attualità, racconta di una città sprofondata «sull’orlo di un abisso». Spunti interessanti anche negli altri contributi del volume (Ivana Bruno, Toni Iermano, Adriana Cascone) che inquadra il fenomeno anche in una dimensione storico-economica con Luigi Musella e, ancora, Marcella Marmo.

L’affascinante saggio di Nicola De Blasi ci ricorda, con citazioni letterarie, di pubblicistica ma anche documenti ufficiali, come, nell’Ottocento, la condizione dei bambini di strada napoletani, i ladri di fazzoletti (a quel tempo primo gradino nell’apprendistato criminale), non fosse diversa da quella di altre aree urbane, come Firenze, Milano, Torino, «anche se ora, a distanza di oltre un secolo, restano impresse nell’immaginario giornalistico solo le immagini relative a Napoli». E già a fine ’800, segnala sempre De Blasi, chi, come Matilde Serao, scrive sugli aspetti drammatici della città, viene accusato di aver dilipeso l’onore di Napoli; stessa sorte per Eduardo De Filippo e la sua Napoli milionaria e, nell’attualità, (nonostante l’enorme successo) per Saviano e la sua Gomorra.