Giulio CaggianoAnime delinquenti (Alta camorra), a cura di Vincenzo Caputo


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Il dramma in tre atti di Giulio Caggiano, Anime delinquenti (Alta camorra), fu messo per la prima volta in scena a Torino il 7 ottobre del 1901 dalla compagnia Reiter-Pasta e fu pubblicato nel 1902 a Milano presso la casa editrice La Poligrafica, per essere poi riproposto nel 1908 (Napoli, Luigi Perrella). La censura proibì, inizialmente, la rappresentazione della commedia a causa di allusioni al coevo processo contro il parlamentare palermitano Raffaele Palizzolo. Caggiano riuscì a far rappresentare con successo l’opera soltanto dopo un rimaneggiamento dei suoi personaggi.

Il primo atto di Anime delinquenti si apre con il dialogo tra vari carcerati che, affiliati alla camorra, finiscono per svelare il significato di alcuni simboli difficilmente decifrabili (e qui il Caggiano mette sicuramente a frutto la propria esperienza di giudice). Seguono poi una serie di dialoghi tra persone costrette a delinquere per poter vivere e il vero protagonista dell’opera, il giudice Nemi, il quale si mostra pronto a comprendere le esigenze della povera gente ascoltata. Importante, in tal senso, è l’incontro con un giovane timido di nome Antonio Segreti, al suo primo furto, che decide in maniera omertosa di non fare il nome dei suoi complice e che ritornerà in seguito davanti al giudice nei panni di uno spavaldo camorrista. Tra questi imputati c’è anche un certo Salvatore Galli che, accusato di omicidio, si professa in maniera furente innocente e di questa innocenza è convinta anche la moglie Assunta. In realtà tutte le prove sono a suo sfavore e, soprattutto, l’arma del delitto, un coltello con le sue iniziali. Nel corso del secondo atto veniamo però a conoscenza dell’innocenza dell’imputato, vittima di un complotto. Siamo nell’elegante casa del cav. Rovasi, un ricco benefattore e uomo politico napoletano. Egli è avvisato dal cancelliere dell’arresto di Galli. A questo punto si cominciano a comprendere le dinamiche narrative del testo. Il cavaliere aveva commissionato a un camorrista, Bellarosa, l’omicidio di un rivale e aveva poi chiesto al cancelliere di occultare il coltello dell’omicida con un altro. La trama si complica, quando la moglie dell’innocente decide addirittura di rivolgersi al Rovasi per far difendere il marito. Il cavaliere accetta convinto, così, di poter gestire la difficile situazione. È soltanto durante il terzo atto, però, che comprendiamo la caparbietà del giudice Nemi, il quale ha proseguito da solo e con tenacia le indagini ed è riuscito ad arrestare e a far confessare il camorrista Bellarosa. L’inchiesta del giudice porterà alla scoperta delle collusioni tra camorra e potere politico-giudiziario.

La figura del cav. Rovasi, vera e propria “anima delinquente” dell’intreccio, materializza sulla scena una camorra che veste i panni di un rispettabile e nobile benefattore, pronto addirittura, attraverso le proprie conoscenze, a fermare l’attività investigativa. In tal senso, è importante sottolineare come il finale resti privo di una netta affermazione di una parte sull’altra. Nel dialogo con il collega Borelli, doppio rassegnato del protagonista Nemi, il giudice manifesta l’intento di portare alle estreme conseguenza la propria inchiesta, mentre il collega più anziano gli fa presente l’inutilità di tale caparbietà, dal momento che i poteri interessati potrebbero risultare più forti della stessa giustizia.

 


Edizione di riferimento

G. Caggiano, Anime delinquenti (Alta camorra). Dramma in tre atti, Milano, Società “La Tipografica”, 1902.

 

Altre edizioni

G. Caggiano, Anime delinquenti (Alta camorra). Dramma in tre atti, Napoli, Luigi Perrella, 1908.

 

Rappresentazioni

Il dramma fu rappresentato per la prima volta dalla compagnia Pasta-Reiter al teatro Alfieri di Torino il 7 ottobre 1901.