Tommaso PirontiI vermi, a cura di Cristiana Anna Addesso


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Il dramma in cinque atti I vermi è – come lo stesso frontespizio esplicita – una riduzione tratta dall’omonimo studio sociale di Francesco Mastriani, nello specifico dall’episodio Le tarle inserito nella prima “piaga” (L’ozio, parte II. I vagabondi).

In un’osteria i camorristi Angelo, Vitale e Carmine discutono della possibile ammissione in società di Ciccillo Murolo, detto «Fasulillo». Angelo, dal suo canto, informa i compagni che intende sposare Filomena Pozzi, ricca usuraia, al momento ammogliata con Nicola Piretti, scioperato ubriacone. Se la “paranza” lo aiuterà nel piano di eliminare Nicola, ne avrà anch’essa degli indubbi guadagni. L’ammissione in società di Ciccillo e la sua lite con l’ostiere Aniello, finita nel sangue, offre occasione ad Angelo per far arrestare Nicola che, presente nella bettola semiubriaco, viene accusato di aver ucciso Aniello. Osserva l’accaduto anche Tore, «maruzzaro» (venditore di lumache), che medita di fare giustizia. Finito in carcere assieme a Vitale e Ciccillo, Nicola si dispera per l’ingiustizia subita e soprattutto per i due piccoli figli. Angelo, frattanto, intenzionato a metter le mani sulle ricchezze di Filomena, sposandola, ordina a Vitale di uccidere Nicola, suo compagno di cella, e affida a Liborio il compito di rapire i bambini e soffocarli. L’infanticidio viene sventato da Tore, mentre Nicola riesce ad evadere dal carcere proprio con la complicità di Vitale, che si rifiuta di ucciderlo e gli suggerisce di fingersi morto per poter fuggire su un carro di colerosi. Nel momento della celebrazione del matrimonio di Angelo e Filomena, Nicola può così ricomparire a sorpresa assieme a Tore e ai suoi figli. Angelo, Carmine e Filomena vengono arrestati.

Come si è già avuto modo di rilevare altrove (cfr. C.A. Addesso, Francesco Mastriani a teatro, Napoli, Fridericiana Editrice Universitaria, 2009)  il copione edito dal Pironti è da relazionare necessariamente ai materiali manoscritti recuperabili presso la Sezione Lucchesi Palli della Biblioteca Nazionale di Napoli. Si tratta, nello specifico, di due manoscritti anonimi (Racc. De Muto C 243 e C 244), del tutto congruenti nei contenuti alla riduzione stampata, con minime varianti, dal Pironti.

Il discorso su questa riduzione mastrianesca va infatti allargato al contesto del Teatro San Ferdinando di Napoli, al tempo dei fasti della Compagnia di Federico Stella, che – secondo Viviani – annoverava tra i numerosi testi teatrali imbastiti da Eduardo Minichini anche importanti riduzioni dalla “trilogia socialista” del Mastriani. Nello specifico, ne I vermi Stella aveva modo di «sdoppiarsi in vari ruoli e mostrare al pubblico la sua versatilità di attore». Il breve cenno vivianesco lascia intuire che il mattatore Stella riuscisse evidentemente ad interpretare in scena alcuni dei numerosi personaggi che popolano lo studio sociale del Mastriani e che vediamo agire tutti assieme sulle scene non tanto nelle riduzioni manoscritte appena segnalate né in quella edita dal Pironti, quanto piuttosto in un ulteriore copione manoscritto conservato presso l’Archivio del Teatro San Ferdinando e a firma di Ambrogio Bottini (forse attore e autore della medesima Compagnia), alquanto pretenzioso nel gestire e sintetizzare, con dubbi risultati, tutte le numerose fila del romanzo di Mastriani. I copioni anonimi della Raccolta De Muto e la riduzione del Pironti selezionano invece un unico episodio de I vermi, dando centralità alle trame della società camorristica, al suo gergo e ai suoi meccanismi di funzionamento. Salvatore De Muto e Eduardo Minichini ebbero diverse occasioni per collaborare e non stupirebbe se De Muto avesse fatto propria, inserendola nel suo repertorio, almeno una parte dell’originale riduzione teatrale de I vermi, che riusciamo a recuperare dunque anche a stampa col nome dell’acuto libraio-editore Pironti. È probabile che la riduzione manoscritta del Bottini, in cui è il III atto a focalizzare le trame della camorra bassa, rispecchi molto da vicino l’originale e perduta riduzione del Minichini.

Per quanto attiene il dramma edito, densa di elementi sui quali riflettere è l’ammissione «mmiez’a ll’uommene d’annore», «’int’a l’annurata suggietà» di Ciccillo Murolo (cfr. I, 1), detto Fasulillo, che il “capo-paranza” Carmine segnala ai compagni Vitale ed Angelo. Fasulillo ha già dato prova «d’essere ommo ’e cunsiquenza», «ommo ’e core», ed ha già commesso “grosse guapparie” («nun passa jurnata c’’o curtiello suio nun se nguacchia ’e sango»), come richiede il I articolo del Codice della Camorra, esibito da Mastriani ed integralmente prelevato dall’opuscolo anonimo Natura ed origine della misteriosa setta della camorra nelle sue diverse sezioni e paranze. Linguaggio convenzionale di essa, usi e leggi (Napoli, dai tipi di Filippo Serafini, s.d. ma prima del 1863):

Art. 1°. Ogni individuo di qualunque rango o posto che abbia occupato od occupi nella società: il quale voglia far parte dell’Associazione dei Camorristi, deve in pria dare una luminosa pruova di arditezza e di coraggio in quel ramo, sezione, o paranza alla quale vuole addirsi; poscia, se creduto meritevole dal Consiglio Supremo, o da un consiglio di sezione, che dovrà provocarne l’approvazione al Gran Capo sarà sottoposto allo inviolabile giuramento, pena la vita, di non rivelare con parole, od atti, direttamente, od indirettamente, quei secreti che gli verranno comunicati, essendo il secreto il cardine principale dell’associazione.

La scena quarta del primo atto consente al lettore-spettatore, contrariamente a quanto previsto dal Codice, «d’assistere ’a ceremmonia» con cui Fasulillo viene ammesso in società e che prevede la presa d’atto dei «carreche d’’a paranza» ed il salasso rituale:

CARMINE       ’O regulamento d’’a sucietà nosta pruibisce a l’estraneo d’assistere ’a ceremmonia.

ANGELO         Nicola è cumme si nun ce fosse.

ANIELLO        Sta mbriaco ca me pare nu puorco.

CARMINE       Allora, io, cumm ’a cammurrista pruprietario, delibero ca Nicola ’o Sciamenco pecchè sta mbriaco e durmenno po’ restà addò se trova.

VITALE           Chi ha pruposto a Ciccillo?

CARMINE        Io!

VITALE           Embè, isso sape?…

CARMINE       ’O ssape, pecchè già ce l’aggio ditto ca p’essere ammesso dint’’a nobela suggità d’’a camorra napulitana s’ha da dà, in ogni occasione, prova d’avè curaggio, fedelta e fermezza.

CICCILLO        L’uno e l’ato, senz’offesa ’e chi me sta presente, ’o ttengo

VITALE           È necessario, però, farlo cunoscere ’e carreche d’’a paranza.

CARMINE        Sientece buono: ’e carreche d’’a paranza so’ divise in doje parte: una chiammata suggità maggiore, e l’ata suggità minore. D’’a primma fanno parte ’e cammurriste: d’’a siconda ’e picciuotte e ’e giuvinotte. Riguardo po’ a ’e rregole, ’o cammurrusta ’o cchiù viecchio d’’a paranza, a tiempo opportuno v’’e mpararrà.

CICCILLO        E io, chiunque isso sia, ’a mo ’o ringrazio.

CARMINE        Ngiulì, tu ch’ê fatto ’o salassatore, ’nzagna a Ciccillo p’’o giuramento.

ANGELO         Nu mumento. Vità, tu che saie leggere, fancillo sentì. (toglie un foglio dal tavolo e lo porge a Vit.)

VITALE           (legge) «Cu nu pere dint’’a fossa e n’ato ’int’ ’a catena, juro d’abbandunà frate e mamma, sore e mugliere, p’essere sempe fedele a l’annurata suggità».

CICCILLO        (stendendo la mano) ’O gghiuro.

ANGELO         (dopo averlo salassato) È fatto.

CICCILLO        E io ve ringrazio. E quanno avite bisogno ’e nu giuvinotto nzisto, Ciccillo Murolo, alias Fasulillo sta a disposizione vosta. Io sarraggio sempe pronto sia c’’o rivolvere, c’’a mazza o c’’a sfarziglia.

Il cerimoniale d’ingresso nell’onorata società della camorra è riportato in Mastriani, ma originariamente nel già citato opuscolo Natura ed origine della misteriosa setta della camorra:

L’individuo chiamato a far parte dell’associazione deve pria di essere ammesso prestare il suo atto di sottomissione, e cieca illimitata ubbidienza, sotto il vingolo del giuramento; il quale dovrà eseguirsi nel seguente modo. Il Capo di società, ed i Camorristi proprietarii della Sezione alla quale deve far parte il nuovo ascritto si riuniscono in un dato luogo. Sopra di una tavola sarà apparecchiato un pugnale, una pistola carica, un bicchiere contenente del vino, oppure acqua che si presume essere avvelenata; e ciò che fa d’uopo per l’operazione d’un salasso. Seduti secondo il grado in giro della tavola staranno i summenzionati Capi della Sezione. S’introduce il nuovo Ascritto accompagnato da un Salassatore appartenente alla associazione, il quale opera sullo stesso un salasso al braccio sinistro, poscia che avrà il tutto eseguito, va via. Il Tamurro, che dopo l’operazione prende questo nome, intinge la mano dritta nel proprio sangue, e giura su di esso, per la vita, di mantenere il segreto, ed essere pronto, ubbidiente, e fedele agli ordini che gli verranno imposti; poscia prende il pugnale, e ne infigge la punta sulla tavola; prepara il cane della pistola, e prende il bicchiere, che fa mostra di accostare al labbro. Ad un cenno del Capo di Società, pone innanzi allo stesso il bicchiere e la pistola; questi si alza dal suo posto, fa inginocchiare il Tamurro vicino al pugnale infisso sulla tavola, tenendo la sua mano sinistra sul capo di costui e con la destra scarica in aria la pistola; indi viceversa pone la mano dritta sulla di lui testa, e frange a terra il bicchiere preteso avvelenato. Lo rialza, toglie il pugnale dalla tavola lo ripone nella guaina, e ne fa dono al Tamurro che abbraccia, e viene abbracciato in segno di fratellanza dai Camorristi proprietarii che assistettero al giuramento. Un Camorrista proprietario viene delegato dal Capo di Società onde faccia riconoscere il Tamurro alla paranza cui è stato addetto; il quale per esecuzione del mandato fa riunire la paranza, e dice loro: «Riconoscete in costui un compagno». Tutti gli danno quel nome, e l’abbracciano […].

L’ingresso di Fasulillo in società e la sua immediata ammissione di coraggio e disponibilità scatena, tuttavia, il sarcasmo offensivo di Aniello fino ad evolvere in uno scontro mortale (una «tirata»), di cui verrà incolpato il malcapitato Nicola e nel quale vengono menzionate ulteriori consuetudini camorristiche: «’o regulamento dice che duie cumpunente d’’a nobela società d’’e cammurriste, primma ’e se curtellià s’hanna abbraccià e s’hanna vasà» (I, 4).

Conclusasi la rissa nel sangue, con l’assassinio di Aniello, la scena si sposta nelle carceri della Vicaria ove si ritrovano rinchiusi sia Nicola - innocentemente accusato dell’omicidio da Angelo che coglie l’occasione per eliminare il rivale in amore - che Vitale e Fasulillo. È il caso di rilevare che il personaggio di Nicola risulta, nella riduzione teatrale, caratterizzato quale ‘vittima’ della povertà in cui vive e ingiustamente perseguitato dagli ‘amici’ camorristi che frequenta nella bettola di Aniello, a differenza dell’originario tipo mastrianesco che consente al romanziere di biasimare in lui le piaghe dell’ozio e del vagabondaggio e le sue conseguenze sociali. La scena carceraria consente al riduttore di focalizzare – più di quanto non accada in A Sant’Eframo dello stesso Pironti – il tema dei “camorristi sotto chiave” ed i meccanismi in base ai quali possa essere facilmente commissionato dall’esterno un regolamento di conti. Angelo, infatti, intenzionato a liberarsi per sempre di Nicola e sposarne la vedova, fa presto a chiedere al “capo-paranza” Carmine di ordinare al “capo-stanza” del carcere l’uccisione dello scomodo rivale («’O capo paranza po’ decretà ’a morte ’e Nicola ’o Sciamenco scrivenno nu biglietto ’o capo stanza. Pirciò si tu vuò, cu na parola toia ’a sucietà ’o ddecreta»: II, 2). Il biglietto con l’ordine per Vitale viene infatti consegnato in carcere dallo stesso Angelo («Pigliete stu biglietto; t’’o manne ’o capo paranza: accorto p’’o carceriere»: II, 3), ed implica l’esecuzione obbligatoria di quanto indicato, pena la morte dello stesso esecutore in caso di rifiuto:

VITALE           Se n’è gghiuto (prende il biglietto da sotto il piede e legge). Nu biglietto siggellato? Vedimmo ’e che se tratta. «È volere d’’o capo e d’’a nobela suggietà rifurmata ca Nicola Piretti durmesse una vota e pe’ sempe. ’O pugnale ’o tene Fasulillo». Comme! Io accirere a Nicola ’o Rumano! No, chesto nun sarrà maie e ppo’ maie!... (lacera il biglietto). Mannaggia ’o juorno ca me facette cammurrista! E cumm’aggia fa mo? Si nun accido, songo acciso. Dio mio, damme tu nu mezzo p’’o salvà!...

Il Codice della camorra, infatti, punisce con la morte la viltà del proprio affiliato: «Chiunque dell’associazione, al quale viene provato di fatto che abbia commesso delle viltà, e che manchi di coraggio in adempire agli ordini che gli sono imposti, costui è reo di morte».

L’ordinata esecuzione di Nicola introduce nella riduzione teatrale anche un passaggio interessante riguardante la tragica incomprensione tra chi conosce ed usa il gergo della camorra e chi, al contrario, intuisce solo la lingua dell’onestà. Vitale, maledicendo il suo ingresso in società («Mannaggia ’o juorno ca me facette cammurrista!»: III, 3) e progettando il modo per evitare l’omicidio dell’amico innocente Nicola, così gli si rivolge, dovendo tuttavia “tradurre” all’impronta il proprio allusivo gergo (III, 4):

NICOLA          Chi è che me chiamma? Ah! si tu, Vità.

VITALE           Songh’io. T’aggia dicere na cosa.

NICOLA          Parla.

VITALE           Io t’aggia stutà.

NICOLA          Cumme sarria a dicere?

VITALE           T’aggia scosere ’o matarazzo.

NICOLA          Nun te capisco.

VITALE           Alle corte: io t’aggia accidere.

NICOLA          Tu!

VITALE           Io si!

Sarà proprio Vitale a suggerire a Nicola di nascondersi nel carro dei colerosi che quotidianamente porta i cadaveri fuori dal carcere e consentirgli così – complice anche l’altrettanto fondamentale personaggio di Tore “il maruzzaro”, distributore di giustizia e salvatore dei due figlioletti di Nicola – di fermare la cerimonia di unione tra Filomena ed Angelo. I due, atterriti dall’apparizione di Nicola - che dichiara sarcasticamente di aver «cercato nu juorno ’e permesso ’o capo d’’e muorte» -, subiranno così la sentenza della giustizia umana ma ancor più di quella divina (V, 2):

VITALE           Sì, io, ca p’’o passato aggio appartenuto a na sucietà, ca ogge fa schifo e vergogna a l’umanità!.. Vuie non sit’uommene, ma belve, animale feroce, gente senza cuscienza e senza Dio!… Si, so’ stat’io c’aggio dato lo cunziglio a Nicola ’e metterse dint’’o tavuto mmce ’e Zucculone e scapparsene d’’o campusanto… So’ stato io ’o masto ’e sta festa!… Te l’aggio accunciato io stu piatto ’e maccarune…

TORE              Io nce ’aggio puosto ’o ccaso; ma ’o zuco è stato poco e lle songo annuzzate ’nganna. È overo si o no?…

NICOLA          Ispettò, arrestatele; e cu lloro pure a sta birbanta complicia lloro.

TUTTI            Ma…

NICOLA          Ma… ma vuie tremmate, vuie facite ’a faccia janca!… Ma vuie nun avita tremmà d’’a giustizia ’e ll’uommene, ma ’e chella ’e Ddio!…

 

 

Edizione di riferimento

Tommaso Pironti, I Vermi o La malavita napoletana. Romanzo omonimo di F. Mastriani. Dramma in 5 atti, Napoli, T. Pironti, 1920.